Illustrazione di strumenti finanziari per la liquidità aziendale tra fido di cassa e anticipo fatture
Pubblicato il Giugno 15, 2024

La vera soluzione alla carenza di liquidità non è scegliere uno strumento, ma costruire un’architettura finanziaria dove ogni opzione ha uno scopo preciso.

  • Il debito a breve termine (fido, scoperto) non deve mai finanziare investimenti a lungo termine (macchinari).
  • La gestione proattiva del credito (solleciti) è la prima e più economica fonte di liquidità per l’azienda.

Raccomandazione: Inizia subito mappando le tue fonti di finanziamento attuali e confronta la loro scadenza con quella degli asset che finanziano, per identificare e correggere gli squilibri.

Hai appena chiuso una commessa importante. Il cliente è soddisfatto, il fatturato cresce, ma il conto in banca piange. I fornitori attendono di essere pagati, gli stipendi sono in scadenza e la liquidità necessaria per avviare il prossimo progetto semplicemente non c’è. È una situazione frustrante e pericolosamente comune per migliaia di piccoli imprenditori. Il primo istinto è correre in banca a chiedere un fido di cassa o a smobilizzare le fatture emesse, sperando di tappare il buco e andare avanti. Ma questa è una visione reattiva, non strategica.

Il dibattito “fido di cassa contro anticipo fatture” è spesso un falso problema. Entrambi sono strumenti validi, ma visti come soluzioni tampone a un problema che è, in realtà, strutturale. Si parla di factoring, di garanzie statali, di leasing, ma raramente si uniscono i puntini per creare un quadro d’insieme. La liquidità non è una risorsa da trovare nell’emergenza; è il risultato di un’architettura finanziaria ben progettata, un vero e proprio ecosistema dove ogni strumento, dal più tradizionale al più innovativo, ha un ruolo specifico e complementare.

E se la vera chiave non fosse scegliere lo strumento migliore per oggi, ma costruire un sistema che ti renda finanziariamente resiliente per domani? Questo articolo non ti darà una risposta secca, ma qualcosa di molto più potente: un metodo. Analizzeremo i principali strumenti a tua disposizione non come alternative, ma come componenti di una strategia integrata. Imparerai a sfruttare le garanzie statali, a capire cosa vuole la tua banca, a decidere quando il fintech vale il suo costo e a evitare gli errori che possono soffocare la tua crescita. L’obiettivo è trasformarti da un imprenditore che “cerca soldi” a uno che “gestisce il capitale”.

Per guidarti in questo percorso, abbiamo strutturato l’articolo in modo da affrontare ogni aspetto cruciale della gestione del capitale circolante e degli investimenti. Esploreremo insieme le opzioni disponibili, dagli aiuti statali alle moderne piattaforme digitali, fornendoti gli strumenti per costruire una strategia finanziaria su misura per la tua azienda.

Come ottenere la garanzia dello Stato all’80% per convincere la banca a darti credito?

Prima di pensare a quale linea di credito chiedere, un imprenditore strategico si chiede: “Come posso rendere la mia richiesta irresistibile per la banca?”. La risposta più potente oggi si chiama Fondo di Garanzia per le PMI (MCC). Non è un finanziamento diretto, ma una leva negoziale formidabile: lo Stato si fa garante per te, riducendo drasticamente il rischio per la banca e aumentando le tue chance di ottenere credito a condizioni migliori. Pensa che questo strumento è così diffuso che, secondo dati al 31 dicembre 2024, ne ha già beneficiato circa il 40% delle 4,9 milioni di PMI italiane attive.

Tuttavia, non è un processo automatico. Con la riforma del 2024, le regole sono cambiate. La garanzia copre ancora fino all’80% per operazioni legate a investimenti specifici, ma si è ridotta per la pura liquidità, attestandosi tra il 55% e il 60% a seconda del rating aziendale. Questo significa che avere i conti in ordine è ancora più cruciale. Nonostante le modifiche, il fondo rimane un pilastro per il credito alle imprese. Basti pensare che nei primi nove mesi del 2023, sono state accolte 183.196 operazioni per un totale di 23,7 miliardi di euro di finanziamenti garantiti.

Ottenere la garanzia non è un regalo, ma il risultato di un percorso ben definito. Devi dimostrare di essere un’azienda sana e con prospettive. La procedura, sebbene burocratica, è un banco di prova che ti costringe a fare ordine nei tuoi numeri e nella tua strategia, un esercizio di per sé prezioso. Seguire i passi corretti è fondamentale per non perdere tempo e massimizzare le possibilità di successo.

Cosa guarda davvero la banca nel tuo bilancio prima di decidere se affidarti?

Presentarsi in banca con una richiesta di finanziamento, anche se supportata dalla garanzia statale, è come sostenere un esame. L’analista non si limita a guardare l’ultimo fatturato; esegue una radiografia completa della tua salute finanziaria per prevedere la tua capacità di onorare il debito. Capire la sua prospettiva è il primo passo per preparare una pratica vincente. L’elemento con il peso maggiore, spesso sottovalutato, non è nemmeno nel tuo bilancio: è la Centrale Rischi (CR). Questa è la tua “pagella” creditizia a livello di sistema.

La banca consulta la Centrale Rischi per verificare l’esposizione complessiva del cliente verso il sistema bancario. Un passato di pagamenti puntuali è il miglior biglietto da visita.

– We-Wealth, Analisi sul fido bancario per privati e aziende

Sconfinamenti, ritardi nei pagamenti delle rate, anche di pochi giorni, lasciano una traccia indelebile e sono il primo campanello d’allarme per un istituto di credito. Subito dopo, l’attenzione si sposta sulla capacità dell’azienda di generare flussi di cassa positivi (cash flow). La banca non finanzia il fatturato, finanzia la liquidità. Infine, vengono analizzati gli indici di bilancio degli ultimi anni e la qualità dei tuoi clienti. Se il tuo fatturato dipende da un solo grande cliente, per la banca questo è un fattore di rischio enorme.

L’immagine seguente rappresenta metaforicamente questo processo di valutazione, dove ogni documento e numero viene attentamente esaminato per determinare il tuo merito creditizio.

La valutazione bancaria non è un’opinione, ma un’analisi quantitativa basata su parametri precisi. Conoscere il peso che la banca attribuisce a ciascun elemento ti permette di focalizzare i tuoi sforzi dove conta di più, preparando una documentazione che anticipa le domande dell’analista e mette in luce i tuoi punti di forza.

Il seguente quadro riassume gli elementi chiave che le banche analizzano e il loro peso relativo nel processo decisionale. Utilizzalo come una checklist per preparare la tua azienda prima di ogni richiesta di credito.

Elementi chiave valutati dalle banche nell’analisi del bilancio
Elemento Analizzato Peso nella Valutazione Indicatori Chiave
Centrale Rischi 35% Sconfinamenti, ritardi, segnalazioni
Cash Flow Previsionale 30% Capacità di rimborso, liquidità generata
Bilanci ultimi 3 anni 20% ROE, ROI, indici di liquidità
Qualità clientela 10% DSO, concentrazione fatturato
Fattore umano 5% Proattività, visione strategica

Quando rivolgersi alle piattaforme di lending digitale per avere soldi in 3 giorni (anche se costano di più)?

Il tempo è denaro, e in nessun campo questo è più vero che nella gestione della liquidità aziendale. Le banche tradizionali, con i loro processi di valutazione che possono durare da 30 a 60 giorni, non sono sempre allineate con i ritmi del business. Cosa fare quando un’opportunità irripetibile si presenta oggi? O quando un fornitore strategico offre uno sconto sostanzioso per un pagamento immediato? È qui che entra in gioco l’ecosistema fintech e il digital lending.

Le piattaforme di finanziamento digitale promettono liquidità in 48-72 ore, un processo interamente online e criteri di valutazione più flessibili, che spesso considerano anche dati alternativi (es. flussi di vendita e-commerce). Il prezzo di questa velocità è un tasso d’interesse più alto, tipicamente tra il 6% e il 12% annuo, contro il 3-6% di un fido bancario. A prima vista, sembra una scelta svantaggiosa. Ma un imprenditore non deve guardare solo al costo, bensì al costo-opportunità.

Pagare un interesse più alto può essere una decisione estremamente profittevole se la liquidità immediata permette di sbloccare un guadagno maggiore. Il fintech non è quindi un “piano B” per chi viene rifiutato dalle banche, ma uno strumento tattico da integrare nella propria architettura finanziaria per cogliere opportunità che altrimenti andrebbero perse. La domanda giusta non è “quanto mi costa?”, ma “quanto mi fa guadagnare (o risparmiare)?”.

Studio di caso: l’analisi costo-opportunità del digital lending

Immagina questo scenario: un’azienda deve accettare una commessa urgente da 100.000€ con un margine di profitto del 20%. Per avviare la produzione, ha bisogno di 50.000€ di liquidità immediata. Attendere 60 giorni per l’approvazione di un fido bancario significherebbe perdere la commessa e, con essa, 20.000€ di profitto. Secondo un’analisi sul costo-opportunità, rivolgersi a una piattaforma fintech che eroga il capitale in 72 ore a un tasso del 12% annuo comporterebbe un costo aggiuntivo di circa 2.000€ di interessi rispetto al fido tradizionale. Tuttavia, a fronte di questa spesa, l’azienda realizza un guadagno netto di 18.000€ che altrimenti avrebbe perso. In questo contesto, il costo più alto del fintech diventa un investimento ad altissimo rendimento.

L’errore di usare lo scoperto di conto (breve termine) per comprare macchinari (lungo termine)

Uno degli errori più comuni e insidiosi nella gestione finanziaria di una PMI è la confusione tra le scadenze. Utilizzare strumenti a breve termine, come il fido di cassa o lo scoperto di conto, per finanziare asset a lungo termine, come un nuovo macchinario o un furgone, è l’equivalente finanziario di cercare di riempire una piscina con un secchio bucato. All’inizio sembra funzionare, ma a lungo andare crea uno squilibrio che erode la liquidità e mette a rischio la stabilità dell’intera azienda.

Il fido di cassa è progettato per gestire le oscillazioni temporanee del capitale circolante: incassare una fattura in ritardo, pagare un fornitore in anticipo. Queste esigenze si risolvono in un ciclo breve, spesso allineato ai tempi medi di pagamento che in Italia sono tutt’altro che brevi. Un macchinario, invece, è un investimento che genererà valore per anni. Finanziare un bene che dura 10 anni con un debito che va “rabboccato” ogni mese crea una pressione costante sulla cassa. Questa discordanza temporale è una delle principali cause di crisi di liquidità nelle aziende altrimenti sane.

La regola d’oro è la concordanza delle scadenze finanziarie (maturity matching): le fonti di finanziamento devono avere una durata coerente con quella degli impieghi che vanno a coprire. L’immagine sottostante illustra metaforicamente questo squilibrio: usare il credito a breve termine (la sabbia che scorre veloce nella clessidra) per un bene a lungo termine (il lento meccanismo dell’orologio a pendolo) è una strategia destinata a fallire.

Per costruire un’architettura finanziaria solida, è fondamentale mappare correttamente le proprie esigenze e associarle allo strumento giusto. Gli investimenti in beni strumentali vanno coperti con finanziamenti a medio-lungo termine o leasing. Il capitale circolante, come l’acquisto di scorte, va gestito con anticipo fatture o castelletti. Il fido di cassa, infine, deve rimanere un polmone per le emergenze di cassa immediate, non la fonte primaria per gli investimenti.

Checklist di audit della tua architettura finanziaria

  1. Fonti attuali: Elenca tutte le linee di credito che la tua azienda utilizza (fido, anticipo fatture, prestiti, carte di credito aziendali, dilazioni fornitori).
  2. Raccolta dati: Raccogli i documenti chiave: ultimi 2 bilanci, piano di cash flow previsionale, e un elenco dettagliato degli investimenti (asset) da finanziare.
  3. Test di coerenza: Per ogni asset (es. macchinario, scorte), confronta la sua vita utile con la durata del finanziamento che lo copre. Ci sono squilibri evidenti?
  4. Analisi rischi e opportunità: Identifica i punti di fragilità (es. dipendenza da un’unica banca) e le opportunità non sfruttate (es. Garanzia MCC, bandi agevolati).
  5. Piano d’azione: Definisci 3 azioni prioritarie per i prossimi 6 mesi per correggere gli squilibri e diversificare le tue fonti di liquidità.

Come scrivere un piano industriale che la banca non cestini dopo la prima pagina?

Un piano industriale (o business plan) non è un romanzo. Il funzionario di banca che lo riceve ha poco tempo e centinaia di pratiche da valutare. Non leggerà mai 50 pagine di analisi di mercato dettagliate. La partita si gioca tutta nella prima pagina: l’Executive Summary. Se questo non è chiaro, convincente e basato sui numeri, il resto del documento non verrà nemmeno sfogliato.

L’obiettivo dell’Executive Summary non è raccontare tutta la storia della tua azienda, ma rispondere in modo fulmineo alle domande chiave che ha in testa l’analista: “Che problema risolve questa azienda? Perché è unica? Può ripagare il debito che chiede?”. Devi abbandonare il linguaggio vago e le proiezioni ottimistiche non supportate da dati. La credibilità si costruisce con la precisione.

Un errore comune è concentrarsi sul prodotto o servizio. La banca non finanzia un’idea, finanzia un modello di business sostenibile. Devi quindi spostare il focus dal “cosa fai” al “come crei valore e generi liquidità”. Sii specifico sui numeri: fatturato attuale, crescita prevista (realistica!), margine operativo, e soprattutto, come verranno utilizzati i fondi richiesti e quale sarà il ritorno sull’investimento (ROI). Un piano che dimostra di aver compreso a fondo i meccanismi finanziari ha molte più probabilità di essere preso sul serio.

La struttura seguente è un modello testato per un Executive Summary che cattura l’attenzione e comunica professionalità. Usala come traccia per costruire la tua prima pagina.

  1. Il problema di mercato: In massimo tre righe, descrivi il bisogno specifico che la tua azienda soddisfa. Sii concreto.
  2. La soluzione unica: In quattro righe, spiega perché la tua offerta è diversa e migliore di quella dei concorrenti. Qual è il tuo vantaggio competitivo?
  3. I numeri chiave: Usa un elenco puntato per evidenziare i dati fondamentali: fatturato degli ultimi 2 anni, crescita percentuale, margine operativo lordo (EBITDA), ROI previsto dell’investimento.
  4. Il team: In due righe per fondatore, evidenzia le competenze chiave e l’esperienza che rendono il team credibile e capace di eseguire il piano.
  5. La richiesta: Specifica in modo chiaro e sintetico l’importo del finanziamento richiesto e come verrà impiegato (es. 50k per acquisto macchinario X, 20k per scorte).
  6. Il piano di rimborso: Delinea come e quando il prestito sarà rimborsato, mostrando la fonte dei flussi di cassa che utilizzerai. Una semplice timeline grafica può essere molto efficace.

L’errore di non sollecitare i pagamenti che mette a rischio la tua sopravvivenza professionale

Alla costante ricerca di nuove fonti di finanziamento esterno, molti imprenditori commettono un errore paradossale: trascurano la più grande e meno costosa riserva di liquidità a loro disposizione, ovvero i crediti commerciali già maturati. Le fatture emesse e non ancora incassate sono, a tutti gli effetti, un prestito che la tua azienda sta facendo ai suoi clienti. Non gestire attivamente questo “prestito” significa erodere la propria cassa e, di fatto, finanziare la crescita altrui con le proprie risorse.

La paura di rovinare il rapporto con il cliente, la mancanza di tempo o l’assenza di un processo strutturato portano a ritardi negli incassi che possono diventare cronici. Con tempi medi di dilazione che, secondo uno studio Cerved del novembre 2022, si attestano sui 56 giorni, ogni giorno di ritardo aggiuntivo pesa enormemente sul capitale circolante. Sollecitare un pagamento non è un atto di scortesia, ma un’azione di sana gestione aziendale. Un cliente che paga sistematicamente in ritardo non è un buon cliente, indipendentemente dal fatturato che genera, perché il suo impatto negativo sulla tua liquidità potrebbe costarti più del margine che ti garantisce.

Per essere efficace, il processo di gestione del credito (credit management) non può essere improvvisato. Deve seguire un sistema a fasi, che aumenta di intensità con il protrarsi del ritardo. Un approccio strutturato non solo aumenta drasticamente i tassi di recupero, ma educa anche i clienti alla puntualità e professionalizza l’immagine della tua azienda.

Il sistema illustrato nella tabella seguente offre un percorso chiaro e testato per gestire i solleciti in modo efficace, passando da un approccio cortese a uno più formale, massimizzando le possibilità di incasso in ogni fase.

Sistema a 4 fasi per il credit management efficace
Fase Timing Modalità Tasso di Recupero
1. Preventiva -7 giorni da scadenza Email reminder automatica 85%
2. Cortese +3 giorni da scadenza Telefonata commerciale 70%
3. Formale +15 giorni PEC con sollecito formale 50%
4. Legale +30 giorni Decreto ingiuntivo 30%

Prestare soldi alle aziende locali: come funzionano i Minibond per gli investitori privati?

L’architettura finanziaria di un’azienda non si limita al debito bancario. Man mano che un’impresa cresce e si struttura, può accedere a forme di finanziamento alternative che la collegano direttamente al mercato dei capitali. Uno degli strumenti più interessanti emersi negli ultimi anni in Italia per le PMI non quotate è il Minibond. Si tratta di vere e proprie obbligazioni, titoli di debito che l’azienda emette per raccogliere fondi direttamente da investitori istituzionali o privati, senza passare dal canale bancario.

Per l’azienda, emettere un Minibond significa diversificare le proprie fonti di finanziamento, ridurre la dipendenza dalle banche e ottenere capitali a medio-lungo termine (solitamente 3-7 anni) per sostenere progetti di crescita specifici. Per l’investitore privato, acquistare Minibond di aziende locali offre l’opportunità di ottenere rendimenti interessanti, tipicamente tra il 4% e il 7% annuo, e di sostenere l’economia reale del proprio territorio. Questi strumenti sono negoziati su mercati dedicati, come l’ExtraMOT PRO di Borsa Italiana, che ne aumenta la trasparenza.

Tuttavia, non è un mondo privo di rischi. Il principale è l’illiquidità: a differenza delle azioni di grandi società, il mercato secondario per i Minibond è limitato. Questo significa che l’investitore deve essere preparato a mantenere il titolo in portafoglio fino alla sua scadenza naturale. Inoltre, la valutazione del merito creditizio dell’azienda emittente è interamente a carico dell’investitore, che deve essere in grado di analizzarne i bilanci e valutarne le prospettive di crescita per stimare il rischio di insolvenza.

I Minibond rappresentano quindi un’opzione strategica sia per le aziende in cerca di capitali per la crescita sia per gli investitori alla ricerca di rendimenti superiori a quelli dei titoli di stato, a patto di comprendere a fondo le loro caratteristiche e i rischi associati. Sono un pezzo importante dell’ecosistema della liquidità, che colma lo spazio tra il credito bancario e la quotazione in borsa.

Da ricordare

  • Principio chiave: La liquidità si costruisce con un’architettura finanziaria, non si trova con un singolo strumento.
  • Errore critico: Finanziare asset a lungo termine (macchinari) con debito a breve termine (scoperto) è una ricetta per il disastro.
  • Azione immediata: Implementa un sistema di sollecito pagamenti a 4 fasi per migliorare il cash flow interno prima di cercare debito esterno.

Leasing o Finanziamento bancario: quale strumento conviene per comprare i macchinari aziendali?

La decisione di acquistare un nuovo macchinario o un veicolo aziendale è un momento chiave nella vita di una PMI. Oltre alla scelta tecnica del bene, la scelta dello strumento finanziario per acquisirlo ha implicazioni profonde a livello fiscale, di bilancio e di flessibilità futura. Le due strade principali sono il finanziamento bancario tradizionale e il leasing. Non esiste una risposta univoca su quale sia il migliore; la scelta dipende dalla strategia e dalle priorità della tua azienda.

Con il finanziamento, la banca ti presta l’importo necessario e tu diventi subito proprietario del bene. Lo iscrivi a bilancio tra le immobilizzazioni e lo ammortizzi nel tempo, deducendo fiscalmente le quote di ammortamento e gli interessi passivi. Il leasing, invece, è un contratto di locazione: una società specializzata acquista il bene per te e te lo concede in uso a fronte di un canone periodico. Alla fine del contratto, puoi scegliere di riscattare il bene (diventandone proprietario), restituirlo o rinnovare il contratto con un bene più moderno.

L’immagine sottostante evoca il contesto industriale in cui si inserisce questa decisione, dove la scelta finanziaria è tanto strategica quanto quella tecnologica.

Il leasing è spesso preferito per la sua flessibilità e per i vantaggi fiscali, dato che i canoni sono interamente deducibili e spesso più rapidamente dell’ammortamento. Inoltre, non appesantisce lo stato patrimoniale (il bene non è di proprietà) e protegge dall’obsolescenza tecnologica. Il finanziamento, d’altra parte, ha un costo totale tendenzialmente inferiore e alla fine del piano di rimborso la proprietà del bene è acquisita senza costi aggiuntivi. La tabella seguente mette a confronto le due opzioni su un esempio concreto.

Confronto Leasing vs Finanziamento per macchinario da 50.000€
Parametro Leasing Operativo Finanziamento Bancario
Anticipo iniziale 10% (5.000€) 20% (10.000€)
Canone/Rata mensile (5 anni) 920€ 850€
Costo totale 55.200€ + riscatto 51.000€
Deducibilità fiscale 100% canone Ammortamento + interessi
Impatto su bilancio Conto economico Stato patrimoniale
Flessibilità fine contratto Riscatto/Restituzione/Rinnovo Proprietà automatica
Protezione obsolescenza Alta Nessuna

Per prendere una decisione informata, è cruciale analizzare nel dettaglio i pro e i contro di ogni opzione alla luce della tua specifica situazione fiscale e strategica.

Ora che hai una visione completa dell’ecosistema della liquidità, l’ultimo passo è trasformare questa conoscenza in azione. Valuta la tua attuale architettura finanziaria, identifica gli squilibri e definisci un piano per ottimizzare ogni singolo strumento a tua disposizione.

Domande frequenti sulla gestione della liquidità aziendale

Quali sono i vantaggi reali del fintech rispetto alla banca tradizionale?

I vantaggi principali sono la velocità di erogazione (liquidità disponibile in 48-72 ore contro i 30-60 giorni delle banche), la minor richiesta di garanzie reali, un processo di richiesta completamente digitale accessibile 24/7 e una valutazione del credito basata su algoritmi che possono considerare anche dati alternativi, come i flussi di cassa di un e-commerce.

Quando conviene pagare tassi più alti per liquidità immediata?

Conviene quando il costo aggiuntivo del finanziamento è inferiore al beneficio economico che si ottiene. Ad esempio: per sfruttare uno sconto da un fornitore per pagamento anticipato che sia superiore al costo del finanziamento, per evitare penali contrattuali dovute a ritardi, per accettare commesse urgenti con un buon margine, o in generale quando il ritorno sull’investimento (ROI) dell’operazione finanziata supera significativamente il costo degli interessi.

Come integrare fintech e banca tradizionale nella strategia finanziaria?

La strategia ottimale è usare i due canali in modo complementare. Il fido bancario e le linee di credito tradizionali sono ideali per coprire il fabbisogno di cassa ordinario e prevedibile. Il fintech va riservato per gestire picchi di fabbisogno imprevisti, cogliere opportunità di business improvvise o come linea di backup per emergenze di liquidità, garantendo agilità all’azienda.

Qual è la differenza tra Minibond e Crowdlending per l’investitore?

I Minibond sono titoli di debito strutturati, simili a obbligazioni, con cedole fisse, una scadenza definita (tipicamente 3-7 anni) e una soglia di investimento minima solitamente elevata (es. 100.000€). Il crowdlending (o social lending) permette invece di prestare denaro a molte aziende tramite una piattaforma online, con investimenti che possono partire da poche decine di euro, durate più brevi (6-36 mesi) e un rischio più frazionato su un gran numero di prestiti.

Come valutare il rischio di un Minibond aziendale?

È fondamentale condurre una due diligence approfondita. I punti chiave da verificare sono: il rating dell’azienda emittente (se disponibile da agenzie specializzate), un’analisi degli ultimi 3 bilanci per valutare la solidità finanziaria, lo studio del settore di appartenenza e della posizione competitiva dell’azienda, la presenza di eventuali garanzie reali o fideiussioni a supporto dell’emissione e l’esame dei “covenant” finanziari, ovvero le clausole che l’azienda si impegna a rispettare.

Quali sono i vantaggi fiscali per l’investitore privato in Minibond?

Per gli investitori privati, i rendimenti dei Minibond sono soggetti a una tassazione del 26%, la stessa applicata ai guadagni azionari e alla maggior parte delle rendite finanziarie. È inoltre possibile compensare eventuali minusvalenze derivanti dalla vendita di Minibond con plusvalenze realizzate su altri titoli (ad eccezione dei titoli di Stato).

Scritto da Luca Ferrari, Mediatore Creditizio Senior e Analista del Credito, specializzato in mutui, prestiti personali e riabilitazione creditizia (CRIF). Iscritto all'OAM, aiuta le famiglie a negoziare le migliori condizioni con le banche e a gestire l'indebitamento sostenibile.