
La vera scelta tra BTP e Bund non si basa solo sul rendimento, ma sulla consapevolezza della qualità del rischio che si accetta.
- I BTP italiani offrono rendimenti più alti e una fiscalità agevolata al 12,5%, ma richiedono una fiducia consapevole nel sistema-Paese.
- I Bund tedeschi garantiscono massima sicurezza e stabilità, ma a un costo di rendimenti reali spesso negativi, soprattutto in contesti inflazionistici.
Raccomandazione: L’investimento vincente non è individuare il titolo “migliore” in assoluto, ma costruire un’architettura finanziaria personale che allinei la durata dei titoli al proprio orizzonte di stabilità e alla propria tolleranza al rischio-Paese.
Per il risparmiatore italiano, cresciuto con il mito del “BOT people” e la ricerca di un porto sicuro per i propri risparmi, la scelta tra titoli di stato rappresenta un dilemma quasi esistenziale. Da un lato, il cuore batte per i BTP, strumenti che non solo offrono cedole periodiche e un legame tangibile con il proprio Paese, ma beneficiano anche di un trattamento fiscale di favore. Dall’altro, la ragione sussurra il nome dei Bund tedeschi, simbolo di rigore e sicurezza assoluta, un rifugio anti-tempesta quando sui mercati soffiano venti di incertezza.
L’analisi comune si ferma spesso a una sterile comparazione: rendimento più alto contro rischio più basso. Si osserva lo spread come un oracolo, senza decifrarne i veri segnali. Ma se la chiave non fosse semplicemente scegliere tra rendimento e sicurezza? Se la vera abilità dell’investitore maturo consistesse nel comprendere la qualità del rischio che sta acquistando e nel decidere se il prezzo pagato – in termini di minore rendimento o maggiore incertezza – è adeguato alle proprie aspettative? Questo non è un semplice investimento, ma un atto di fiducia consapevole nel futuro economico di una nazione.
Questo articolo supera la dicotomia BTP vs. Bund per fornirvi una bussola strategica. Analizzeremo i meccanismi di acquisto, i vantaggi fiscali spesso sottovalutati, i rischi nascosti legati alla durata dei titoli e le strategie pratiche per gestire il proprio capitale. L’obiettivo non è darvi una risposta, ma gli strumenti per costruire la vostra, trasformando un dubbio amletico in una decisione informata e serena, pilastro della vostra architettura finanziaria personale.
Per navigare con chiarezza tra questi concetti, abbiamo strutturato l’analisi in punti chiave che affrontano ogni aspetto della decisione, dalla sottoscrizione pratica alla valutazione strategica del contesto macroeconomico. Ecco il percorso che seguiremo insieme.
Sommario: Guida alla scelta consapevole tra debito italiano e tedesco
- Come comprare BTP all’emissione senza commissioni o sul mercato quando i prezzi scendono?
- Spread e Rating: come valutare se l’Italia è davvero in grado di rimborsare il debito?
- Perché i BTP sono tassati al 12,5% mentre i conti deposito al 26% (e quanto risparmi)?
- L’errore di comprare un BTP a 50 anni non sapendo che se i tassi salgono il prezzo crolla
- Quando reinvestire il capitale rimborsato per mantenere il flusso cedolare costante?
- Debito/PIL: quando il debito italiano diventa insostenibile per i mercati internazionali?
- Perché la BCE alza i tassi per raffreddare i prezzi (e cosa significa per il tuo lavoro)?
- Conto deposito libero o vincolato: dove parcheggiare la liquidità per 12 mesi rendendo il 4%?
Come comprare BTP all’emissione senza commissioni o sul mercato quando i prezzi scendono?
L’accesso ai Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) è più semplice e vantaggioso di quanto molti risparmiatori immaginino, specialmente se si agisce al momento giusto. Esistono due canali principali: l’acquisto in fase di emissione (mercato primario) e l’acquisto sul mercato secondario. La prima opzione è particolarmente interessante per chi vuole ottimizzare i costi. Durante le finestre di collocamento di nuove emissioni, come per il popolare BTP Valore, è possibile sottoscrivere i titoli direttamente tramite la propria banca o un intermediario abilitato, spesso a condizioni molto favorevoli.
Il vantaggio più significativo dell’acquisto in asta è l’assenza di costi di intermediazione. Infatti, secondo le FAQ del Ministero dell’Economia e Finanze, per l’acquisto di BTP in emissione non sono previste commissioni a carico dell’investitore. Questo significa che l’intero capitale viene investito nel titolo, massimizzando il potenziale rendimento fin dal primo giorno. In alternativa, è possibile comprare BTP già in circolazione sul mercato secondario (MOT di Borsa Italiana). Questa opzione offre maggiore flessibilità ma richiede attenzione ai prezzi, che fluttuano in base all’andamento dei tassi di interesse e alla percezione del rischio-Paese. Comprare sul secondario quando i prezzi sono bassi (e i rendimenti alti) può essere una strategia profittevole, ma comporta il pagamento di commissioni di negoziazione.
Piano d’azione: i 5 passi per acquistare BTP all’asta senza commissioni
- Aprire un conto titoli: Assicurati di avere un deposito titoli attivo presso la tua banca o un intermediario autorizzato (SIM) registrato presso la Banca d’Italia. È il prerequisito indispensabile.
- Consultare il calendario delle aste: Visita il sito del Dipartimento del Tesoro (MEF) per conoscere le date esatte dei collocamenti, che di norma avvengono a metà e fine mese.
- Inviare l’ordine di prenotazione: Contatta il tuo intermediario prima della chiusura dell’asta e prenota l’importo desiderato, con un taglio minimo di 1.000 euro e multipli.
- Attendere l’esito dell’asta: Il prezzo di acquisto (prezzo di aggiudicazione) viene determinato tramite un’asta marginale. Sarai informato dell’esito dalla tua banca.
- Ricevere la conferma: Una volta assegnati, i titoli verranno accreditati sul tuo conto titoli senza alcuna commissione di sottoscrizione, un vantaggio netto per il tuo investimento.
Spread e Rating: come valutare se l’Italia è davvero in grado di rimborsare il debito?
Lo spread BTP-Bund è probabilmente l’indicatore finanziario più citato dai media italiani, spesso presentato come un termometro della salute economica del Paese. In termini semplici, rappresenta la differenza di rendimento tra un BTP decennale italiano e il suo omologo tedesco, il Bund. Un aumento dello spread indica che i mercati richiedono un rendimento maggiore per prestare soldi all’Italia rispetto alla Germania, percependo un rischio di credito superiore. Ma cosa significa concretamente per il risparmiatore? Uno spread elevato non solo aumenta il costo del debito per lo Stato, ma può anche deprimere il prezzo dei BTP già in circolazione.
Per una valutazione più completa, lo spread va letto insieme al rating sul debito sovrano, assegnato da agenzie internazionali come S&P, Moody’s e Fitch. Questo giudizio (espresso in lettere, da AAA a D) stima la capacità di un Paese di onorare i propri debiti. L’Italia naviga da anni nella categoria “investment grade” (attualmente BBB per S&P), indicando una capacità di rimborso ancora adeguata, sebbene con elementi di vulnerabilità. La combinazione di uno spread volatile e un rating non eccelso spiega perché i BTP offrano rendimenti più generosi: questo “extra” è il premio che gli investitori chiedono per accollarsi la qualità del rischio-Paese.
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Ad esempio, un rendimento del BTP a 10 anni intorno al 3,95%, a fronte di un Bund tedesco che rende significativamente meno, riflette proprio questa percezione. L’investitore consapevole non si spaventa per le oscillazioni giornaliere dello spread, ma le usa come un indicatore per capire quando il “premio al rischio” offerto dai BTP è sufficientemente attraente da giustificare l’investimento, in un’ottica di fiducia ragionata nel sistema-Paese.
Perché i BTP sono tassati al 12,5% mentre i conti deposito al 26% (e quanto risparmi)?
Uno dei vantaggi più tangibili e spesso sottovalutati dei titoli di stato italiani risiede nel loro trattamento fiscale privilegiato. Le rendite finanziarie generate dai BTP (sia le cedole periodiche sia l’eventuale guadagno in conto capitale) sono soggette a un’imposta sostitutiva del 12,5%. Si tratta di un’aliquota di favore, nettamente inferiore a quella standard del 26% applicata alla stragrande maggioranza delle altre rendite finanziarie, inclusi i conti deposito, i dividendi azionari e le obbligazioni societarie. Questa differenza non è un dettaglio tecnico, ma un potente motore di rendimento netto per il risparmiatore.
Questo “sconto” fiscale è una scelta politica precisa, volta a incentivare i cittadini a finanziare il debito pubblico nazionale. L’impatto sul portafoglio è diretto: a parità di rendimento lordo, un BTP genererà un flusso netto significativamente più alto rispetto a un conto deposito. Per rendere l’idea, su un rendimento lordo del 4%, un BTP restituisce un netto del 3,5%, mentre un conto deposito si ferma al 2,96%. È un “extra” rendimento di oltre mezzo punto percentuale garantito unicamente dalla leva fiscale.
Il confronto diventa ancora più evidente quando si analizza il risparmio concreto, come illustrato in questa tabella. Un vantaggio fiscale così marcato rappresenta un costo opportunità significativo da considerare prima di scegliere altri strumenti di risparmio.
| Strumento | Tassazione | Su 10.000€ investiti al 4% | Rendimento netto annuo |
|---|---|---|---|
| BTP | 12,5% | 400€ lordi – 50€ tasse | 350€ (3,5%) |
| Conto Deposito | 26% | 400€ lordi – 104€ tasse | 296€ (2,96%) |
| Differenza | – | 54€ risparmio fiscale | +0,54% rendimento extra |
Inoltre, a partire dal 2024, è stato introdotto un ulteriore, potente incentivo: fino a 50.000€ di titoli di Stato sono esclusi dal calcolo ISEE, come confermato dal MEF. Questo può avere un impatto determinante sull’accesso a prestazioni sociali agevolate, rendendo l’investimento in BTP ancora più strategico per il bilancio familiare complessivo.
L’errore di comprare un BTP a 50 anni non sapendo che se i tassi salgono il prezzo crolla
La ricerca di una cedola sicura e duratura spinge a volte gli investitori verso BTP a lunghissima scadenza, come quelli a 30 o 50 anni, attratti da rendimenti leggermente superiori. Tuttavia, questa scelta nasconde un’insidia che molti sottovalutano: il rischio di duration. La duration (o durata finanziaria) misura la sensibilità del prezzo di un’obbligazione alle variazioni dei tassi di interesse. La regola è semplice e spietata: più la scadenza è lontana, più il prezzo del titolo crollerà in caso di rialzo dei tassi di mercato. Comprare un BTP a 50 anni significa esporsi a una volatilità di prezzo simile a quella di un’azione, un rischio che mal si concilia con l’obiettivo di “proteggere il capitale”.
Se si ha la certezza assoluta di poter mantenere il titolo fino alla scadenza, tra 50 anni, si riceverà il 100% del capitale nominale e le proprie cedole. Ma la vita è imprevedibile. Se dovesse sorgere la necessità di vendere il titolo in anticipo in un contesto di tassi crescenti, la perdita in conto capitale potrebbe essere devastante. L’errore non è investire a lungo termine, ma farlo senza allineare la durata dell’investimento con il proprio orizzonte di stabilità personale, ovvero il periodo per cui si è ragionevolmente certi di non aver bisogno di quella liquidità.
Studio di caso: Il crollo dei BTP lunghi con il rialzo tassi BCE 2022-2024
Durante il ciclo di rialzo dei tassi BCE dal 2022 al 2024, i BTP a lunga scadenza hanno subito perdite significative in conto capitale. Un BTP a 50 anni emesso nel 2020 con cedola 2,8% ha visto il suo valore di mercato crollare del 40% quando i tassi di riferimento sono saliti dallo 0% al 4%. Questo dimostra come la duration elevata amplifichi il rischio tasso: chi ha avuto bisogno di liquidità e ha dovuto vendere ha subito perdite pesantissime, mentre solo chi ha potuto mantenere il titolo in portafoglio fino a scadenza ha la garanzia di ricevere il 100% del capitale nominale, ma tra molti decenni.
Per dare un’idea concreta di questa sensibilità, ecco l’impatto approssimativo di un aumento dei tassi dell’1% sul prezzo di diversi BTP:
- BTP a 2 anni: perdita dell’1,8% circa
- BTP a 5 anni: perdita del 4,3% circa
- BTP a 10 anni: perdita dell’8,5% circa
- BTP a 30 anni: perdita del 19% circa
- BTP a 50 anni: perdita del 27% circa
Questi numeri dimostrano che la scelta della scadenza non è un dettaglio, ma il principale fattore di controllo del rischio nel proprio portafoglio obbligazionario.
Quando reinvestire il capitale rimborsato per mantenere il flusso cedolare costante?
Per chi investe in titoli di stato con l’obiettivo di generare un’entrata periodica, la scadenza di un BTP rappresenta un momento cruciale. Il capitale viene rimborsato e sorge la domanda: come e quando reinvestirlo per non interrompere il flusso di cedole? La risposta non è scontata e dipende fortemente dal contesto dei tassi di interesse al momento del rimborso. Una strategia ingenua sarebbe quella di reinvestire immediatamente nella prima emissione disponibile, senza un’analisi del mercato. Un approccio più sofisticato, invece, richiede di osservare la cosiddetta “curva dei rendimenti”.
La curva dei rendimenti mostra i tassi offerti dalle diverse scadenze (2, 5, 10 anni, etc.). Normalmente, le scadenze più lunghe offrono rendimenti più alti. A volte, però, la curva si “appiattisce” o addirittura si “inverte”, con i tassi a breve che diventano più convenienti di quelli a lungo. In questi scenari, bloccare il proprio capitale per 10 o 20 anni potrebbe non essere la scelta ottimale. Potrebbe essere più saggio adottare una strategia di “parcheggio tattico”, reinvestendo su scadenze brevi (2-3 anni) o persino su strumenti alternativi come i conti deposito vincolati, in attesa che la curva torni a una conformazione più normale e che i tassi a lungo termine diventino più appetibili.
Studio di caso: Strategia di reinvestimento con curva dei tassi invertita (2024)
Nel 2024, con una curva dei rendimenti parzialmente invertita (un BTP a 2 anni che rendeva il 3,8% e uno a 10 anni il 3,5%), molti investitori hanno agito con prudenza. Invece di reinvestire immediatamente i capitali rimborsati in BTP a lunga scadenza, hanno preferito BTP a 2-3 anni o conti deposito vincolati al 4%. Questa strategia ha permesso loro di mantenere rendimenti competitivi nel breve termine, godendo di maggiore flessibilità e senza vincolarsi a tassi lunghi ritenuti poco attraenti, in attesa di un contesto di mercato più favorevole per riposizionarsi su scadenze maggiori.
La chiave è quindi la flessibilità. Mantenere un flusso cedolare costante non significa replicare all’infinito la stessa strategia, ma adattare le proprie scelte di reinvestimento al clima finanziario del momento, trasformando la scadenza di un titolo da un problema a un’opportunità strategica.
Debito/PIL: quando il debito italiano diventa insostenibile per i mercati internazionali?
Il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo (PIL) è una delle metriche più scrutate per giudicare la sostenibilità finanziaria di un Paese. Per l’Italia, questo numero è da decenni fonte di preoccupazione. Un rapporto elevato indica che l’ammontare del debito è grande rispetto alla capacità dell’economia di produrre ricchezza, sollevando dubbi sulla capacità futura di ripagarlo. Tuttavia, non esiste una soglia magica oltre la quale un debito diventa “insostenibile”. La percezione dei mercati è molto più complessa e tiene conto di altri fattori cruciali.
Ad esempio, il Giappone ha un rapporto Debito/PIL che è quasi il doppio di quello italiano, eppure paga tassi di interesse molto più bassi. Perché? La differenza risiede in due elementi chiave: la struttura del debito e la crescita economica. Il Giappone ha un debito detenuto in larghissima parte da investitori interni (circa il 90%), che sono considerati più stabili e meno inclini a vendere in preda al panico. L’Italia, sebbene abbia una buona quota di debito in mani domestiche (circa il 68%), dipende maggiormente dagli investitori esteri. Inoltre, una bassa crescita economica, come quella che caratterizza l’Italia da anni, rende più difficile “alleggerire” il peso del debito nel tempo. Secondo le stime, il rapporto debito/PIL italiano è previsto al 140,9% per il 2025, un livello che richiede una gestione estremamente prudente.
Questo confronto aiuta a contestualizzare il rischio italiano. Non è solo il valore assoluto del debito a contare, ma la fiducia nella sua gestione e nelle prospettive di crescita del Paese.
| Paese | Debito/PIL | Rendimento 10Y | Debito detenuto internamente | Rating S&P |
|---|---|---|---|---|
| Italia | 140,9% | 3,95% | 68% | BBB |
| Giappone | 255% | 1,1% | 90% | A+ |
| Germania | 63% | 2,8% | 45% | AAA |
Per il risparmiatore che investe in BTP, questo significa che la sostenibilità non è una certezza scritta nella pietra, ma un equilibrio dinamico. Sostenere il debito italiano diventa un atto di “fiducia consapevole” nel fatto che il Paese continuerà a gestire questo equilibrio con responsabilità, mantenendo la fiducia dei mercati globali.
Perché la BCE alza i tassi per raffreddare i prezzi (e cosa significa per il tuo lavoro)?
Le decisioni della Banca Centrale Europea (BCE) sui tassi di interesse possono sembrare un argomento astratto, ma hanno un impatto diretto e concreto sulla vita di tutti, dal costo del mutuo alla stabilità del posto di lavoro. Quando l’inflazione (l’aumento generale dei prezzi) è troppo alta, la BCE interviene alzando i tassi di interesse. L’obiettivo è “raffreddare” l’economia: rendendo il denaro più costoso, si disincentivano prestiti e investimenti per famiglie e imprese, riducendo la domanda complessiva e, di conseguenza, la pressione sui prezzi.
Questa manovra, però, non è indolore. Per il risparmiatore, un rialzo dei tassi ha effetti ambivalenti. Da un lato, i nuovi BTP vengono emessi con cedole più alte, creando ottime opportunità di acquisto. Dall’altro, come abbiamo visto, il valore dei BTP già presenti in portafoglio diminuisce. Chi ha un mutuo a tasso variabile vede la rata aumentare quasi istantaneamente. Ma l’impatto più sottile è sul mercato del lavoro. Se le imprese pagano di più per finanziarsi e la domanda di beni e servizi cala, potrebbero ridurre gli investimenti e rallentare le nuove assunzioni. Un rialzo dei tassi, quindi, è una “medicina amara” che la BCE somministra per curare l’inflazione, con effetti collaterali che si propagano in tutta l’economia.
Capire questa dinamica è fondamentale. Ad esempio, dopo un lungo ciclo di rialzi, la BCE ha mantenuto i tassi fermi al 2% per diverse riunioni, segnalando un’attesa per vedere gli effetti delle sue politiche. Per l’investitore, questo significa che il periodo dei rendimenti crescenti potrebbe essere vicino a una pausa, rendendo strategico bloccare i tassi attuali. Per il lavoratore, potrebbe significare un graduale allentamento della pressione sull’economia. Ecco un riepilogo degli effetti principali:
- Sul tuo BTP in portafoglio: Un rialzo di +0,25% da parte della BCE può causare una perdita di valore di circa il 2% su un BTP decennale.
- Sul tuo mutuo variabile: Lo stesso rialzo può tradursi in un aumento della rata mensile di 20-30€ per ogni 100.000€ di debito.
- Sui nuovi BTP: Rappresenta un’opportunità di acquistare titoli con rendimenti più alti, proteggendosi per il futuro.
- Sul mercato del lavoro: Può portare a un rallentamento delle assunzioni a causa dei maggiori costi di finanziamento per le aziende.
- Sullo spread BTP-Bund: Tende ad allargarsi, poiché in un contesto di restrizione monetaria il mercato percepisce un rischio maggiore sui debiti più fragili.
Da ricordare
- La fiscalità dei BTP al 12,5% non è un dettaglio, ma un vantaggio strategico che aumenta significativamente il rendimento netto rispetto ad altri strumenti.
- La durata di un BTP deve sempre corrispondere al proprio orizzonte di stabilità personale per evitare il rischio di perdite in conto capitale in caso di vendita anticipata.
- Lo spread BTP-Bund non è un numero da temere, ma un indicatore della fiducia dei mercati da interpretare per valutare se il premio al rischio offerto dall’Italia è adeguato.
Conto deposito libero o vincolato: dove parcheggiare la liquidità per 12 mesi rendendo il 4%?
Nella costruzione di un’architettura finanziaria solida, la scelta non si limita al dilemma tra BTP e Bund. Esiste una terza via, specialmente per la gestione della liquidità a breve termine: il conto deposito. Questo strumento, offerto dalle banche, rappresenta un’opzione di “parcheggio” per il capitale che si desidera tenere al sicuro e far fruttare per un periodo definito, tipicamente da 3 a 60 mesi. Si distingue in due forme principali: libero, che permette di svincolare le somme in qualsiasi momento (spesso con una penalità sul rendimento), e vincolato, che offre un tasso di interesse maggiore a fronte dell’impegno a non toccare il capitale fino a scadenza.
Il conto deposito offre un grande vantaggio: la certezza del rendimento e la protezione del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) fino a 100.000 euro per depositante. A differenza di un BTP, il suo valore non oscilla. Tuttavia, il suo principale svantaggio è la tassazione al 26%. Quando si confronta un conto deposito vincolato a 12 mesi con un BTP di durata simile, la scelta dipende da cosa si privilegia. Il BTP offre un rendimento netto superiore grazie alla fiscalità agevolata, ma espone a una (seppur minima su scadenze brevi) volatilità di prezzo. Il conto deposito offre tranquillità assoluta, ma un guadagno netto inferiore.
La tabella seguente mette a confronto le opzioni per chi cerca un impiego sicuro a 12 mesi. L’analisi mostra come il BTP a breve scadenza possa risultare fiscalmente più efficiente.
| Strumento | Rendimento lordo | Tassazione | Rendimento netto | Liquidità | Protezione |
|---|---|---|---|---|---|
| Conto Deposito 12 mesi | 4,0% | 26% | 2,96% | Vincolata | FITD fino 100k€ |
| BTP 2 anni (mercato) | 3,8% | 12,5% | 3,33% | Vendibile sempre | Stato italiano |
| Conto Deposito libero | 3,0% | 26% | 2,22% | Immediata | FITD fino 100k€ |
Studio di caso: Strategia di parcheggio della liquidità 2025-2026
In un contesto di tassi BCE stabili e inflazione sotto controllo, molti investitori prudenti hanno adottato una strategia mista per la loro liquidità. Ad esempio: il 40% in conti deposito vincolati a 12 mesi al 4% per coprire spese programmate, il 30% in BTP a 2-3 anni per beneficiare della tassazione agevolata sul nucleo stabile del risparmio, e il restante 30% in conti deposito liberi al 3% come fondo di emergenza immediatamente accessibile. Questa allocazione bilancia rendimento, liquidità e protezione, creando un portafoglio resiliente e fiscalmente efficiente.
Valutate ora attentamente la vostra propensione al rischio, il vostro orizzonte temporale e le vostre esigenze di liquidità per costruire il portafoglio di investimenti, che sia basato su titoli di stato o conti deposito, più sicuro e adatto a proteggere e far crescere il vostro capitale.
Domande frequenti su BTP Valore e Bund tedeschi
Posso vendere un BTP Valore prima della scadenza?
Sì, i BTP Valore, come tutti i titoli di stato, sono quotati sul mercato secondario (MOT) e possono essere venduti in qualsiasi giorno lavorativo. Tuttavia, il prezzo di vendita dipenderà dalle condizioni di mercato al momento della cessione e potrebbe essere superiore o inferiore al prezzo di acquisto. Vendendo prima della scadenza si perde il diritto al premio fedeltà.
Cosa succede se l’Italia fa default sul suo debito?
Il default (o fallimento) di uno Stato sovrano come l’Italia è un evento estremamente raro e con conseguenze sistemiche gravissime. In tale scenario, lo Stato potrebbe non essere in grado di rimborsare il capitale o pagare le cedole. Tuttavia, il rischio è mitigato dall’appartenenza all’Eurozona e dal ruolo della BCE come prestatore di ultima istanza. Il rating “investment grade” attuale indica che le agenzie ritengono questo rischio basso nel breve-medio termine.
I Bund tedeschi sono completamente senza rischi?
I Bund sono considerati tra gli investimenti più sicuri al mondo per quanto riguarda il rischio di credito (default). Tuttavia, non sono esenti da rischi. Il principale è il rischio di tasso: se i tassi d’interesse salgono, il prezzo dei Bund in circolazione scende. Inoltre, in periodi di alta inflazione, i loro bassi rendimenti possono tradursi in un rendimento reale negativo, causando una perdita di potere d’acquisto del capitale investito.